Ricostruzione della sindesmosi tibio-peroneale distale
Quando la semplice stabilizzazione non è sufficiente e come viene ricostruita la sindesmosi della caviglia.
La ricostruzione della sindesmosi tibio-peroneale distale è un intervento indicato nei casi in cui i legamenti sindesmotici non sono più in grado di guarire adeguatamente e determinano un'instabilità cronica sintomatica della pinza malleolare. L'obiettivo non è bloccare tibia e perone, ma ripristinare una stabilità fisiologica compatibile con il normale movimento della mortise tibio-astragalica. La scelta tra semplice stabilizzazione e ricostruzione dipende dalla cronicità della lesione, dalla stabilità meccanica documentata, dalle richieste funzionali del paziente e dalla qualità residua dei legamenti. Questa pagina descrive che cos'è, quando è realmente indicata, quali tecniche esistono, il ruolo dell'artroscopia, i materiali utilizzati e cosa aspettarsi in termini di recupero.
Introduzione
Le lesioni della sindesmosi tibio-peroneale distale non trattate correttamente in fase acuta, o quelle che sfuggono alla diagnosi iniziale perché considerate semplici distorsioni, possono evolvere verso un quadro di instabilità cronica. In queste condizioni la pinza malleolare non si comporta più come una struttura solidale: tibia e perone perdono il loro rapporto anatomico durante il carico e durante il movimento della caviglia, generando dolore persistente, sensazione di cedimento, perdita di forza e progressiva sofferenza della cartilagine articolare.
Nei casi acuti una stabilizzazione temporanea è spesso sufficiente perché i legamenti sindesmotici — legamento tibio-fibulare anteriore inferiore (AITFL), legamento tibio-fibulare posteriore inferiore (PITFL), legamento interosseo e membrana interossea — se correttamente ridotti e protetti, possono guarire. Nei quadri cronici i legamenti possono invece presentare allungamento, cicatrizzazione non anatomica o insufficienza biologica tale da non consentire il ripristino di una funzione meccanica adeguata: in questi casi la sola stabilizzazione può risultare insufficiente e può essere indicato un trattamento più complesso, che varia dalla riparazione all'augmentation, fino alla vera e propria ricostruzione anatomica.
La distinzione tra stabilizzazione acuta e ricostruzione cronica rappresenta una semplificazione didattica utile ma non una regola assoluta: alcune instabilità croniche possono essere gestite con debridement, riduzione anatomica e stabilizzazione; altre richiedono riparazione o augmentation dei legamenti residui; solo nei casi con insufficienza legamentosa significativa, revisione chirurgica o marcata cronicità trova indicazione una vera ricostruzione mediante innesto.
Che cos'è la ricostruzione della sindesmosi
La ricostruzione della sindesmosi è un intervento chirurgico volto a ripristinare la funzione dei legamenti che uniscono l'estremità distale della tibia e del perone. A differenza della semplice stabilizzazione, che si limita a mantenere in posizione tibia e perone durante la fase di guarigione dei legamenti, la ricostruzione mira a sostituire — completamente o parzialmente — un tessuto legamentoso che non è più in grado di svolgere la propria funzione.
L'obiettivo tecnico non è bloccare in modo rigido i due segmenti ossei, ma ristabilire una stabilità compatibile con la fisiologica micromobilità della sindesmosi durante il passo e durante il movimento della caviglia. Una sindesmosi troppo rigida o mal ridotta produce dolore, rigidità e usura cartilaginea; una sindesmosi ancora instabile mantiene i sintomi originari. Il risultato clinico dipende in gran parte dalla qualità della riduzione anatomica.
Quando è indicata
L'indicazione alla ricostruzione della sindesmosi si pone in presenza di un'instabilità cronica sintomatica documentata clinicamente e strumentalmente. Non si opera un'immagine radiologica: si opera un paziente sintomatico in cui l'imaging conferma un quadro di instabilità coerente con il quadro clinico.
- Instabilità cronica sintomatica della sindesmosi.
- Lesioni croniche non trattate o diagnosticate tardivamente.
- Fallimento di precedenti tentativi di stabilizzazione.
- Diastasi tibio-peroneale persistente documentata (radiografie in carico, TC comparativa, WBCT).
- Dolore cronico correlato a instabilità meccanica documentata.
- Atleti con instabilità sintomatica che limita la performance e non risponde al trattamento conservativo.
Quando NON è indicata
- Lesioni acute stabili, in cui è sufficiente il trattamento conservativo o una stabilizzazione temporanea.
- Lesioni trattabili con successo conservativamente, senza segni di instabilità meccanica.
- Pazienti sintomatici ma senza instabilità documentata alle prove dinamiche o all'imaging in carico.
- Dolore cronico senza correlazione tra quadro clinico e imaging (l'origine dei sintomi è verosimilmente extra-sindesmotica).
- Quadri degenerativi avanzati della tibio-astragalica, in cui la ricostruzione isolata della sindesmosi non modifica sostanzialmente il quadro.
Stabilizzazione o ricostruzione?
Stabilizzazione e ricostruzione non sono sempre alternative: rispondono a situazioni cliniche differenti. Nel paziente giusto, l'una o l'altra procedura è chiaramente indicata; in alcuni casi selezionati possono essere combinate in tecniche ibride.
| Stabilizzazione | Ricostruzione | |
|---|---|---|
| Situazione tipica | Lesione acuta con legamenti biologicamente vitali; alcuni casi cronici con legamenti residui funzionali | Insufficienza legamentosa significativa, revisione chirurgica, marcata cronicità |
| Legamenti residui | Presenti e potenzialmente competenti dopo riduzione anatomica | Non più sufficienti a garantire una funzione meccanica adeguata |
| Obiettivo biologico | Mantenere la riduzione durante la guarigione dei legamenti nativi | Sostituire o rinforzare la funzione legamentosa quando la guarigione non è più realistica |
| Materiali tipici | Vite sindesmotica, sistemi a sospensione (suture-button), suture tape | Innesto tendineo (autologo o allograft), talora combinato con sospensione o ancore |
| Recupero | Variabile, generalmente più breve | Generalmente più lungo, per l'integrazione biologica dell'innesto |
| Indicazioni | Ampio spettro, dall'acuto ad alcune instabilità croniche con tessuto residuo utile | Generalmente riservata ai casi con insufficienza legamentosa importante o alle revisioni |
Tecniche chirurgiche
Le procedure chirurgiche disponibili per la sindesmosi possono essere schematicamente distinte in tre grandi categorie: tecniche di stabilizzazione, tecniche di riparazione o augmentation e tecniche di ricostruzione anatomica. Queste categorie non sono alternative rigide: nella pratica clinica moderna vengono frequentemente combinate all'interno dello stesso intervento, in funzione della qualità dei tessuti e delle lesioni associate.
A) Tecniche di stabilizzazione
Comprendono i mezzi di sintesi utilizzati per mantenere la riduzione anatomica della pinza malleolare durante la guarigione biologica dei legamenti nativi o come contenzione in casi cronici selezionati con tessuto residuo utile.
- Vite sindesmotica: fissazione più rigida, ampia esperienza clinica, in alcune situazioni prevista rimozione programmata; rimane una scelta valida in indicazioni specifiche.
- Sistemi dinamici (suture-button, TightRope e simili): filo ad alta resistenza tra due bottoncini metallici che mantengono la stabilità permettendo una micromobilità fisiologica; utilizzati sia in acuto sia in casi cronici selezionati, spesso senza necessità di rimozione.
- Tecniche ibride di stabilizzazione: combinazione di vite e sistema dinamico o utilizzo sequenziale dei due mezzi in base alla stabilità intraoperatoria.
B) Tecniche di riparazione o augmentation
Sono indicate quando i legamenti sindesmotici residui sono ancora riconoscibili e biologicamente utili, ma necessitano di un rinforzo per svolgere adeguatamente la loro funzione.
- Riparazione diretta dei legamenti sindesmotici, in particolare dell'AITFL, mediante suture dedicate.
- Rinforzo con ancore ossee, utilizzate per reinserire o riavvicinare il tessuto legamentoso residuo alle superfici ossee.
- Augmentation con suture tape, quando indicata, per proteggere la riparazione durante la fase di guarigione biologica.
C) Tecniche di ricostruzione
Rappresentano una delle opzioni chirurgiche disponibili nei casi cronici con insufficienza dei legamenti nativi, soprattutto nelle revisioni o quando una semplice stabilizzazione o riparazione non appare sufficiente.
- Innesto autologo (ad esempio gracile o semitendinoso): ottima integrazione biologica, comporta un sito di prelievo.
- Innesto da donatore (allograft): evita il sito di prelievo, richiede strutture e materiali dedicati.
- Ricostruzioni anatomiche mono o plurilegamentose (AITFL isolato oppure AITFL, PITFL e legamento interosseo) mediante tunnel ossei preparati su tibia e perone.
Ruolo dell'artroscopia
L'artroscopia rappresenta oggi una componente frequente della chirurgia moderna della sindesmosi, sia in fase acuta sia soprattutto nei quadri cronici. Non sostituisce la fase ricostruttiva vera e propria, ma consente di ottenere informazioni e di trattare lesioni associate che condizionano il risultato finale.
- Valutazione diretta della sindesmosi e del suo comportamento durante le manovre dinamiche intraoperatorie, interpretata insieme ai reperti clinici e radiologici.
- Contributo alla valutazione della riduzione anatomica, integrato con il controllo fluoroscopico e, quando indicato, con altre metodiche intraoperatorie.
- Identificazione e trattamento di lesioni cartilaginee (in particolare dell'angolo antero-laterale del talo).
- Trattamento della sinovite cronica secondaria all'instabilità.
- Asportazione di eventuali corpi mobili intra-articolari.
- Valutazione del legamento deltoideo, spesso coinvolto nei quadri cronici.
Materiali utilizzati
- Sistemi a sospensione (suture-button): consentono una fissazione dinamica, spesso non richiedono la rimozione, ma richiedono grande attenzione alla riduzione anatomica.
- Viti sindesmotiche: fissazione più rigida, ampia esperienza clinica, in alcuni casi rimozione programmata in un secondo tempo.
- Innesti tendinei autologhi: prelevati dal paziente (ad esempio gracile o semitendinoso), offrono ottima integrazione biologica ma comportano un sito di prelievo.
- Allograft: innesti tendinei da donatore, utili nei casi in cui si voglia evitare il prelievo autologo, richiedono strutture e materiali dedicati.
- Ancore ossee: utilizzate in alcune varianti tecniche per la reinserzione o la fissazione dell'innesto, con indicazioni selettive.
Come si svolge l'intervento
- Preparazione: valutazione preoperatoria completa (clinica, radiografie in carico, TC/WBCT, RMN quando indicata) e pianificazione della tecnica.
- Anestesia: generalmente loco-regionale associata a sedazione o anestesia generale, in base alle caratteristiche del paziente.
- Artroscopia iniziale: valutazione diretta dell'articolazione tibio-astragalica, identificazione delle lesioni associate e conferma del quadro di instabilità.
- Riduzione della sindesmosi: fase critica dell'intervento, con controllo intraoperatorio (visivo, artroscopico e radiologico) del corretto rapporto tra tibia e perone.
- Ricostruzione o stabilizzazione: applicazione della tecnica pianificata (dispositivo di sospensione, viti, innesto tendineo o combinazione), mantenendo la riduzione ottenuta.
- Controllo finale: verifica intraoperatoria della stabilità ottenuta e del corretto posizionamento dei materiali; controllo radiologico dedicato.
- Chiusura: sintesi dei tessuti per piani e medicazione, con applicazione del sistema di protezione previsto (tutore o gambaletto).
Vantaggi
- Ripristino della stabilità della pinza malleolare.
- Riduzione del dolore correlato all'instabilità.
- Miglioramento funzionale nelle attività quotidiane e sportive.
- Ripristino di una biomeccanica articolare più favorevole, con l'obiettivo di ridurre il sovraccarico cartilagineo associato all'instabilità persistente. Non è possibile garantire che la procedura prevenga lo sviluppo di artrosi.
- Possibilità, in casi correttamente selezionati, di ritorno allo sport a un livello soddisfacente.
Limiti
- Non tutti i pazienti con lesione della sindesmosi necessitano di una ricostruzione.
- Il recupero è generalmente lungo e richiede una riabilitazione strutturata.
- In alcuni casi i sintomi possono persistere, soprattutto se sono presenti lesioni cartilaginee o degenerative associate.
- Il risultato dipende in modo importante dalla cronicità della lesione e dalle lesioni associate al momento dell'intervento.
- Una diagnosi tardiva riduce il potenziale di recupero anche a fronte di una ricostruzione tecnicamente corretta.
Possibili complicanze
- La malriduzione della sindesmosi rappresenta uno dei principali fattori associati a un risultato clinico meno favorevole.
- Perdita secondaria della riduzione dopo la ripresa del carico.
- Rigidità articolare, in particolare in flessione dorsale.
- Infezione superficiale o profonda della ferita chirurgica.
- Irritazione locale dei materiali impiantati (in particolare dei bottoncini sottocutanei).
- Rottura del sistema di fissazione o dell'innesto.
- Possibili irritazioni o lesioni di strutture nervose superficiali, variabili in base agli accessi chirurgici e alla tecnica utilizzata.
- Trombosi venosa profonda ed eventi tromboembolici.
Decorso post-operatorio
Il decorso post-operatorio è pensato per proteggere la riduzione ottenuta e favorire l'integrazione biologica dei tessuti ricostruiti. I dettagli variano in base alla tecnica utilizzata, alle lesioni associate trattate e alle caratteristiche del paziente.
- Fase iniziale di protezione con tutore o gambaletto, la cui durata dipende dalla tecnica utilizzata: una ricostruzione con innesto può richiedere una protezione maggiore rispetto a una semplice stabilizzazione.
- Modalità e progressione del carico definite dall'équipe chirurgica (spesso carico progressivo in tutore); il ritorno al carico completo dipende dalla guarigione biologica dell'innesto e dalle eventuali procedure associate.
- Controlli clinici e radiologici programmati per verificare il mantenimento della riduzione.
- Gradualità nel ripristino della mobilità articolare, in coordinazione con il fisioterapista.
Riabilitazione
La riabilitazione è parte integrante del risultato: senza un percorso strutturato, anche un intervento tecnicamente eseguito bene può produrre un risultato clinico subottimale.
- Ripristino graduale della mobilità della caviglia, in particolare della flessione dorsale.
- Recupero della forza dei muscoli peronieri, del tricipite surale e della catena posteriore.
- Lavoro sulla propriocezione e sull'equilibrio, in progressione da statico a dinamico.
- Controllo neuromuscolare del retropiede durante il gesto sportivo o lavorativo.
- Reintroduzione progressiva della corsa, dei cambi di direzione e delle attività sport-specifiche.
Ritorno allo sport
Il ritorno allo sport dipende dalla combinazione di fattori biologici, meccanici e funzionali. Non è determinato da un tempo prestabilito, ma dal raggiungimento di criteri clinici e funzionali oggettivi.
- Avvenuta guarigione biologica dei tessuti ricostruiti.
- Stabilità della pinza malleolare confermata clinicamente e, quando indicato, con imaging di controllo.
- Recupero completo della mobilità articolare rispetto al lato controlaterale.
- Ripristino della forza e del controllo neuromuscolare del retropiede.
- Tolleranza progressiva delle richieste specifiche dello sport praticato.
Domande frequenti
Quando serve ricostruire la sindesmosi e non solo stabilizzarla?
La ricostruzione è indicata quando i legamenti sindesmotici non sono più in grado di guarire adeguatamente, tipicamente nei quadri cronici, nelle diagnosi tardive e nei fallimenti di precedenti procedure. La stabilizzazione, da sola, è invece efficace nelle lesioni acute con legamenti biologicamente vitali.
Ricostruzione e stabilizzazione sono davvero due interventi diversi?
Sì. La stabilizzazione mantiene la riduzione durante la guarigione dei legamenti; la ricostruzione sostituisce o rinforza legamenti che non possono più guarire da soli. Le indicazioni sono differenti e non sono necessariamente alternative nello stesso paziente.
Il TightRope rimane per sempre?
Nella maggioranza dei casi il sistema a sospensione non richiede la rimozione. La rimozione può essere valutata solo in caso di irritazione locale sintomatica dei bottoncini.
Le viti sindesmotiche vanno sempre rimosse?
No. Oggi la rimozione della vite è spesso riservata ai pazienti sintomatici o a indicazioni selettive (ad esempio interferenza meccanica documentata). In molti casi la vite può essere lasciata in sede; la decisione dipende dal tipo di vite, dalla tecnica utilizzata e dalla tolleranza del paziente.
Il TightRope è sempre migliore della vite?
No. Nelle lesioni acute alcuni studi mostrano vantaggi dei sistemi dinamici in termini di reinterventi e di alcune complicanze specifiche, ma questo non significa che rappresentino la scelta migliore in ogni paziente né che sostituiscano una ricostruzione anatomica nei casi cronici con insufficienza legamentosa. Le due opzioni hanno indicazioni parzialmente diverse e la scelta va individualizzata.
L'artroscopia è sempre necessaria?
No, ma è oggi frequentemente associata alla chirurgia della sindesmosi, soprattutto nei quadri cronici, perché permette di riconoscere e trattare lesioni intra-articolari associate.
Si può camminare subito dopo l'intervento?
Nella maggior parte dei casi è previsto un periodo iniziale di protezione con tutore e carico progressivo, definito dall'équipe chirurgica in base alla tecnica utilizzata.
Quanto dura il recupero?
Il recupero è generalmente lungo e progressivo. Non esistono tempi fissi validi per tutti i pazienti: dipende dalla tecnica, dalle lesioni associate e dalla risposta individuale al percorso riabilitativo.
È possibile tornare allo sport?
In pazienti correttamente selezionati e con una riduzione anatomica ottenuta, il ritorno allo sport è possibile, spesso a livelli soddisfacenti. Il livello e la tempistica dipendono dal singolo caso.
Che ruolo ha la RMN nella decisione chirurgica?
La RMN documenta la lesione dei legamenti ma non certifica da sola l'instabilità. La decisione chirurgica si basa sulla correlazione tra sintomi, esame obiettivo, radiografie in carico e imaging avanzato.
Perché la riduzione anatomica è così importante?
Perché è il principale determinante del risultato clinico. Anche una tecnica avanzata, se associata a una riduzione imperfetta, porta a risultati inferiori rispetto a una tecnica più semplice ma con riduzione anatomica.
Che differenza c'è tra autograft e allograft?
L'autograft è un innesto prelevato dal paziente stesso: garantisce un'ottima integrazione biologica ma comporta un sito di prelievo. L'allograft è un innesto da donatore, evita il prelievo ma richiede strutture e materiali dedicati.
L'intervento elimina definitivamente il dolore?
L'obiettivo è ridurre il dolore correlato all'instabilità e migliorare la funzione articolare. Non è possibile garantire la completa scomparsa dei sintomi, soprattutto in presenza di lesioni cartilaginee o degenerative associate.
Che rischi comporta la ricostruzione?
I rischi principali comprendono malriduzione, perdita della riduzione, rigidità, infezione, irritazione dei materiali, possibili irritazioni o lesioni di strutture nervose superficiali (variabili in base agli accessi) e trombosi. La frequenza varia con la tecnica, la complessità del caso e le caratteristiche del paziente; va discussa apertamente prima dell'intervento.
La lesione della sindesmosi va sempre operata?
No. Molte lesioni acute della sindesmosi possono essere trattate conservativamente. L'intervento è indicato in presenza di instabilità documentata o quando il trattamento conservativo non risolve i sintomi.
Concetto chiave
Miti da sfatare
- «Tutte le sindesmosi si operano»: molte lesioni acute stabili guariscono con il trattamento conservativo.
- «Il TightRope è sempre migliore della vite»: entrambe le tecniche hanno indicazioni specifiche; nessuna è universalmente superiore.
- «La RMN decide da sola se operare»: la decisione richiede correlazione clinico-radiologica e imaging in carico.
- «La ricostruzione elimina sempre il dolore»: riduce i sintomi correlati all'instabilità, ma non garantisce l'assenza completa di dolore, soprattutto in presenza di lesioni associate.
- «Basta un buon impianto per un buon risultato»: il risultato dipende soprattutto dalla riduzione anatomica, non dal tipo di dispositivo.
In sintesi
- La ricostruzione della sindesmosi si distingue dalla semplice stabilizzazione: sostituisce o rinforza legamenti non più funzionali.
- È indicata nei quadri cronici, nelle diagnosi tardive, nei fallimenti di precedenti procedure e in atleti con instabilità sintomatica documentata.
- La scelta della tecnica (sospensione, viti, innesto tendineo, tecniche ibride) è personalizzata sul paziente.
- L'artroscopia gioca un ruolo crescente nella diagnosi intraoperatoria, nella valutazione della riduzione e nel trattamento delle lesioni associate.
- Il principale determinante del risultato è la riduzione anatomica della sindesmosi, indipendentemente dal materiale utilizzato.
- Il recupero è progressivo, i tempi non sono standardizzati e il ritorno allo sport è guidato da criteri funzionali oggettivi.
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