Artrosi e chirurgia · Guida per pazienti

Artrodesi o protesi di caviglia: come si sceglie davvero?

Chirurgo ortopedico durante un colloquio specialistico con un paziente adulto in ambulatorio
La scelta tra artrodesi e protesi nasce dalla valutazione del singolo paziente, non da una classifica tra tecniche.

«Se ho un'artrosi avanzata di caviglia, è meglio mettere una protesi per conservare il movimento oppure fare un'artrodesi?». È forse la domanda più frequente in ambulatorio, e non ha una risposta universale. La domanda corretta non è quale intervento è migliore, ma quale intervento è più adatto a questa specifica caviglia e a questo specifico paziente.

Il messaggio centrale: due strategie diverse, non una gara

La protesi non è «meglio» perché conserva il movimento e l'artrodesi non è «peggio» perché lo elimina. Sono due strategie con logiche differenti, e la qualità del risultato dipende soprattutto dalla correttezza dell'indicazione. Gli elementi da considerare sono molti:

  • quanta mobilità tibio-tarsica realmente utile esiste prima dell'intervento;
  • la qualità dell'osso;
  • la presenza e l'entità di deformità;
  • la stabilità legamentosa;
  • le condizioni delle articolazioni vicine;
  • l'età biologica, più che quella anagrafica;
  • la richiesta funzionale e il tipo di attività;
  • peso e caratteristiche generali del paziente;
  • le aspettative;
  • la possibilità e la complessità di una futura revisione.

Il trattamento si sceglie sulla base della situazione reale, non sulla base del nome apparentemente più «moderno» della procedura.

Che cosa cerca di fare una protesi di caviglia

La protesi totale di caviglia ha tre obiettivi principali:

  • sostituire le superfici articolari degenerate;
  • ridurre il dolore;
  • preservare parte del movimento della tibio-tarsica.

È un vantaggio teorico che, nei pazienti correttamente selezionati, può tradursi in un beneficio clinico molto concreto. La protesi non è quindi una tecnica «sbagliata» né una scelta da evitare: il problema nasce quando le sue indicazioni vengono eccessivamente allargate o forzate.

Il paziente ideale per una protesi

In termini generali, la protesi è particolarmente interessante in un paziente:

  • più anziano;
  • con richiesta funzionale relativamente bassa o moderata;
  • con artrosi avanzata e dolorosa;
  • con una caviglia che conserva ancora una mobilità utile;
  • con allineamento e stabilità compatibili con la procedura, o correggibili;
  • con qualità ossea e condizioni dei tessuti molli adeguate;
  • con aspettative realistiche.

La caviglia «da protesi» è soprattutto una caviglia artrosica ma ancora mobile, in un paziente selezionato con richiesta funzionale compatibile.

Questi punti non sono criteri assoluti né una checklist: la selezione resta una valutazione individuale, che nasce dalla visita, dall'imaging e dalla discussione con il paziente.

Perché la mobilità preoperatoria è così importante

Valutazione clinica della mobilità della caviglia in un paziente adulto durante la visita specialistica
Misurare quanta mobilità appartenga davvero alla tibio-tarsica è un passaggio decisivo prima di scegliere la strategia.

Uno degli obiettivi principali della protesi è preservare il movimento. Ma vale un principio spesso sottovalutato: una protesi non crea automaticamente una caviglia mobile se la caviglia era già rigida prima dell'intervento.

Molti pazienti vedono il piede muoversi e ne deducono che la caviglia sia ancora mobile. Come approfondito nell'articolo «Artrodesi di caviglia: significa davvero avere il piede bloccato?», quel movimento può provenire in parte da:

  • l'articolazione astragalo-navicolare;
  • il mesopiede;
  • altre articolazioni adiacenti.

Prima di scegliere una strategia il cui vantaggio principale è conservare movimento, bisogna quindi capire quanta mobilità utile della tibio-tarsica esista davvero. Gli strumenti sono quelli descritti nelle risorse dedicate all' esame obiettivo del piede e della caviglia e all' imaging della caviglia.

Una protesi dà più movimento di prima?

Il vantaggio principale della protesi è preservare la mobilità tibio-tarsica esistente. Il paziente non dovrebbe però interpretarlo come «dopo la protesi avrò una caviglia più mobile di prima». La mobilità postoperatoria resta fortemente influenzata da:

  • la mobilità preoperatoria;
  • la rigidità dei tessuti molli;
  • la deformità;
  • l'anatomia individuale;
  • lo stato delle articolazioni vicine.

La protesi è soprattutto una procedura di preservazione del movimento, non necessariamente di creazione di nuovo movimento.

Che cosa cerca di fare l'artrodesi

L'artrodesi ha un obiettivo differente. Eliminando il movimento della tibio-tarsica punta a:

  • eliminare il movimento articolare doloroso;
  • ottenere una struttura stabile;
  • permettere il carico attraverso una fusione ossea solida;
  • ridurre il dolore proveniente dall'articolazione degenerata.

Non è una soluzione di ripiego né un'«ultima spiaggia»: è una strategia definitiva e affidabile per pazienti correttamente selezionati.

Il paziente con caviglia già molto rigida

Molti pazienti arrivano alla chirurgia con:

  • pochi gradi di movimento tibio-tarsico residuo;
  • una caviglia quasi anchilotica;
  • micromovimenti dolorosi;
  • compensi già sviluppati nelle articolazioni vicine.

In questo scenario la domanda da porsi è semplice e concreta: che cosa stiamo realmente preservando con una protesi? Se il movimento utile della tibio-tarsica è già quasi assente, il vantaggio della preservazione articolare ha un peso molto diverso rispetto a un paziente che conserva ancora una buona mobilità. Questo non significa che una protesi sia automaticamente controindicata in ogni caviglia rigida: significa che l'indicazione deve essere appropriata.

Movimento del piede e movimento della caviglia non sono la stessa cosa

Un paziente può mostrare una apparente dorsiflessione e plantarflessione e dire: «vede? la caviglia si muove ancora». Una parte significativa di quel movimento può però essere prodotta dall'astragalo-navicolare, dal mesopiede e dalle altre articolazioni adiacenti. È una distinzione che cambia completamente il ragionamento quando si valuta una procedura che punta proprio a conservare la mobilità.

Artrodesi artroscopica: non è l'artrodesi open di decenni fa

Nell'immaginario del paziente l'artrodesi è ancora associata a grandi incisioni, ampia esposizione, importante aggressione dei tessuti e recupero complesso. Le tecniche artroscopiche moderne, nei pazienti appropriati, permettono invece:

  • preparazione articolare mini-invasiva;
  • minima dissezione dei tessuti molli;
  • ridotta aggressione cutanea;
  • trattamento preciso delle superfici articolari;
  • stabilizzazione efficace;
  • tassi di fusione molto elevati in mani esperte e nei pazienti ben selezionati.

Chi vuole capire i principi della chirurgia artroscopica della caviglia può leggere le pagine dedicate all' artroscopia anteriore e all' artroscopia posteriore di caviglia, oltre alla guida 10 cose da sapere prima di un'artroscopia di caviglia.

Artrodesi artroscopica e artrodesi open

Quando è tecnicamente possibile e correttamente indicata, l'artrodesi artroscopica è concettualmente preferibile per la minore aggressione dei tessuti molli. L'approccio open resta necessario in casi selezionati, ma non dovrebbe essere considerato l'equivalente di default quando una procedura artroscopica moderna è fattibile.

Vantaggi concettuali dell'approccio artroscopico:

  • minore dissezione;
  • rispetto dei tessuti molli;
  • bassa incidenza di problematiche di ferita rispetto alle esposizioni più aggressive;
  • accesso mirato all'articolazione;
  • elevata affidabilità della fusione nella pratica specialistica moderna.

Nessuna procedura, però, offre una fusione garantita o l'assenza assoluta di complicanze: fumo, qualità ossea, deformità, vascolarizzazione e interventi precedenti influenzano il risultato.

L'artrodesi mini-invasiva moderna non è solo anteriore

Il concetto di artrodesi artroscopica non si limita alla classica via anteriore. Nei casi appropriati possono essere utilizzati:

  • approccio artroscopico anteriore;
  • approccio posteriore;
  • approcci transmalleolari;
  • strategie combinate;
  • accessi adattati alla deformità e alla patologia.

Questi accessi non sono intercambiabili e non tutte le deformità sono trattabili per via artroscopica. Il messaggio è però importante: la complessità del caso non significa automaticamente necessità di una grande esposizione open.

È più facile fare un'artrodesi artroscopica?

No. Al contrario, può essere tecnicamente più complessa per il chirurgo, perché richiede esperienza artroscopica, conoscenza tridimensionale dell'anatomia, capacità di preparare adeguatamente le superfici, gestione della deformità, corretta scelta dell'accesso ed esperienza con differenti strategie di fissazione. Il vantaggio per il paziente non deriva dal fatto che l'intervento sia più semplice, ma dal fatto che può essere eseguito con minore aggressione dei tessuti.

La durata della protesi

Una protesi di caviglia è un impianto meccanico e non va considerata eterna. Nel tempo possono verificarsi usura, mobilizzazione, problemi dell'impianto, necessità di ulteriori procedure o di revisione. Non è un dato allarmistico: è una caratteristica intrinseca di qualsiasi sostituzione articolare.

Questo aspetto pesa in modo particolare nel paziente giovane, molto attivo e con elevata richiesta funzionale, perché la durata richiesta all'impianto è potenzialmente molto lunga.

Perché contano età biologica e richiesta funzionale

L'età anagrafica non è l'unico criterio. Contano soprattutto l'età biologica, il livello di attività, l'aspettativa di durata richiesta all'impianto, il tipo di attività svolta e la possibilità di una futura revisione. Una protesi in un paziente anziano ben selezionato, con richiesta funzionale moderata, pone un problema completamente diverso rispetto alla stessa procedura in un paziente giovane e molto attivo. Non esiste una soglia anagrafica universale.

La revisione di una protesi di caviglia

Una eventuale revisione può essere chirurgicamente complessa. I problemi possono includere:

  • perdita ossea;
  • difficoltà nella rimozione delle componenti;
  • necessità di ricostruzione;
  • necessità di nuove componenti;
  • conversione ad artrodesi;
  • procedure complessivamente più invasive rispetto all'intervento iniziale.

Non è un argomento per spaventare, ma per spiegare perché l'indicazione deve essere prudente: nel paziente giovane bisogna pensare non solo al primo intervento, ma anche a che cosa potrebbe essere necessario fare tra molti anni.

Se la protesi fallisce, si può fare un'artrodesi?

In alcuni casi sì, ma la conversione può essere significativamente più complessa di un'artrodesi primaria: possono essere presenti perdita ossea, deformità, difetti ossei e necessità di innesti, con una maggiore complessità ricostruttiva.

E se l'artrodesi non va bene?

Per equilibrio va detto chiaramente che anche l'artrodesi ha possibili complicanze: mancata fusione (nonunion), malallineamento, problemi dei mezzi di sintesi, infezione, dolore persistente e degenerazione delle articolazioni vicine nel tempo.

Artrodesi e protesi hanno profili di rischio diversi, non «rischio» contro «nessun rischio».

Le articolazioni vicine dopo un'artrodesi

Eliminare il movimento della tibio-tarsica modifica la distribuzione del movimento e dei carichi: le articolazioni adiacenti possono compensare maggiormente e, nel lungo periodo, questo può contribuire alla loro degenerazione. Il fenomeno è però multifattoriale, alcune articolazioni sono già degenerate prima dell'intervento e non tutti i pazienti sviluppano sintomi significativi. Non è quindi un argomento automatico a favore della protesi.

La protesi protegge sicuramente le articolazioni vicine?

Preservare movimento tibio-tarsico è biomeccanicamente interessante, ma questo principio teorico non può essere trasformato in una promessa clinica universale. Il vantaggio dipende dal movimento realmente preservato, dalle condizioni preoperatorie, dall'allineamento, dallo stato delle altre articolazioni e dalla durata del follow-up.

Artrodesi e protesi: confronto pratico

ArtrodesiProtesi
ObiettivoEliminare il movimento doloroso e ottenere una fusione stabileRidurre il dolore preservando movimento
Movimento tibio-tarsicoEliminatoPreservato in parte
Ruolo del movimento preoperatorioParticolarmente favorevole quando il movimento residuo è già minimo e dolorosoParticolarmente importante quando esiste mobilità utile da preservare
Richiesta funzionaleGeneralmente più compatibile con richieste funzionali elevate rispetto a un impianto soggetto a usura, ma va individualizzataSelezione prudente, soprattutto in pazienti con richiesta funzionale più contenuta
DurataOttenuta una fusione solida non esiste un impianto articolare soggetto alla stessa logica di usura protesicaImpianto con durata finita
RevisioneGestione dipendente dal tipo di complicanzaPotenzialmente complessa, soprattutto in presenza di perdita ossea
Articolazioni vicineMaggiore compenso biomeccanicoPreservazione teorica di una maggiore quota di movimento tibio-tarsico

La tabella serve a comprendere le differenze tra due strategie, non a proclamare una soluzione vincente.

Il paziente giovane e molto attivo

Nel paziente giovane e ad alta richiesta funzionale pesano molto la longevità dell'impianto, la probabilità di future revisioni, i carichi ripetuti e l'aspettativa di vita. Non significa che «il giovane non possa fare la protesi»: significa che la soglia per indicare una protesi deve essere particolarmente attenta quando il paziente è giovane e molto attivo.

Il paziente anziano con caviglia ancora mobile

È uno degli scenari più interessanti per la protesi: paziente più anziano, richiesta funzionale contenuta o moderata, buona mobilità residua, artrosi dolorosa e anatomia favorevole. In questa situazione preservare il movimento può rappresentare un vantaggio reale e clinicamente rilevante.

Il paziente con caviglia quasi anchilotica

Lo scenario opposto: tibio-tarsica quasi bloccata, micromovimenti dolorosi, movimento apparente proveniente in buona parte dalle articolazioni vicine, compensi già presenti. Qui il vantaggio teorico della protesi nel preservare movimento va valutato con spirito critico, e l'artrodesi può rappresentare una soluzione molto razionale — pur non essendo automaticamente l'unica possibilità.

«La protesi è più moderna, quindi è migliore?»

No. La modernità tecnologica non sostituisce la corretta indicazione. Una procedura tecnologicamente sofisticata utilizzata nel paziente sbagliato può essere meno appropriata di una procedura concettualmente più semplice ma perfettamente indicata. Il miglior intervento è quello adatto al paziente, non quello che sembra più moderno.

«L'artrodesi è una tecnica vecchia?»

No. Il principio della fusione articolare è consolidato, ma le modalità con cui viene eseguita sono profondamente evolute. Le tecniche artroscopiche moderne riducono l'aggressione dei tessuti, permettono accessi differenti, consentono di trattare casi selezionati complessi e rappresentano un'evoluzione importante rispetto alle grandi esposizioni tradizionali.

La decisione parte dalla caviglia che il paziente ha oggi

Prima di scegliere è necessario rispondere a domande molto concrete:

  • quanto si muove davvero la tibio-tarsica?
  • quanto movimento proviene dalle articolazioni vicine?
  • quanto pesa il dolore nella vita quotidiana?
  • qual è la deformità e com'è l'allineamento?
  • com'è la stabilità legamentosa?
  • quanto è attivo il paziente?
  • quanto deve durare la soluzione?
  • che cosa succederebbe se fosse necessaria una revisione?
  • quali sono le aspettative realistiche?

Molte di queste risposte arrivano dalla visita e dallo studio per immagini, come descritto nelle risorse dell'Ankle Academy dedicate all' imaging della caviglia. Un esempio concreto di artrosi che si sviluppa dopo traumi ripetuti è descritto nell'approfondimento sull' artrosi precoce della caviglia, mentre le opzioni di preservazione articolare nelle fasi meno avanzate sono trattate nella pagina sul trattamento chirurgico delle lesioni osteocondrali dell'astragalo.

Non esiste una risposta corretta per tutti

Una buona protesi nel paziente corretto può essere un eccellente intervento. Un'artrodesi correttamente indicata può essere un eccellente intervento. Un'indicazione forzata può invece trasformare una buona tecnica in una scelta sbagliata.

Non è una gara tra artrodesi e protesi. È un problema di indicazione.

Riferimenti scientifici

  • Barg A, Wimmer MD, Wiewiorski M, et al. Total ankle replacement and ankle arthrodesis: indications and outcomes. Dtsch Arztebl Int. 2015.
  • Goldberg AJ, Chowdhury K, Bordea E, et al. Total ankle replacement versus ankle arthrodesis for patients aged 50–85 years with end-stage ankle osteoarthritis (TARVA). Lancet Rheumatology. 2022.
  • Veljkovic AN, Daniels TR, Glazebrook MA, et al. Outcomes of total ankle replacement, arthroscopic ankle arthrodesis, and open ankle arthrodesis for isolated non-deformed end-stage ankle arthritis. J Bone Joint Surg Am. 2019.
  • Kim HJ, Suh DH, Yang JH, et al. Total ankle arthroplasty versus ankle arthrodesis for the treatment of end-stage ankle arthritis: a meta-analysis of comparative studies. Int Orthop. 2017.
  • Park JH, Kim HJ, Suh DH, et al. Arthroscopic versus open ankle arthrodesis: a systematic review and meta-analysis. Arthroscopy. 2018.
  • Townshend D, Di Silvestro M, Krause F, et al. Arthroscopic versus open ankle arthrodesis: a multicenter comparative case series. J Bone Joint Surg Am. 2013.
  • Clough T, Bodo K, Majeed H, et al. Survivorship and long-term outcome of a consecutive series of total ankle replacements. Bone Joint J. 2019.
  • National Joint Registry (UK). Annual Report — Ankle replacement outcomes and revision data.
  • Kamrad I, Henricson A, Karlsson MK, et al. Poor prosthesis survival and function after component exchange of total ankle prostheses (Swedish Ankle Register). Acta Orthop. 2015.
  • Gross CE, Palanca AA, DeOrio JK. Design rationale, outcomes and complications of revision total ankle replacement. Foot Ankle Int. 2018.
  • Deleu PA, Devos Bevernage B, Maldague P, et al. Arthrodesis after failed total ankle replacement: conversion techniques and outcomes. Foot Ankle Surg. 2019.
  • Ling JS, Smyth NA, Fraser EJ, et al. Investigating the relationship between ankle arthrodesis and adjacent-joint arthritis in the hindfoot. J Bone Joint Surg Am. 2015.

I riferimenti sono indicati per consentire l'approfondimento della letteratura sul tema. Le informazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la visita specialistica.

Dott. Carlo Minoli — Chirurgo Ortopedico, Milano
Pubblicato: Agosto 2026

FAQ

Domande frequenti su artrodesi e protesi di caviglia

Ti hanno proposto una protesi o un'artrodesi e vuoi capire quale soluzione sia più adatta alla tua caviglia?

La scelta richiede di valutare la mobilità tibio-tarsica reale, la deformità, l'allineamento, la stabilità, la qualità ossea, le condizioni delle articolazioni vicine, l'età biologica, il livello di attività e le aspettative funzionali. Una valutazione specialistica permette di capire quale strategia abbia più senso nel singolo caso.

Studio a Milano

Vuoi capire quale intervento è più adatto alla tua caviglia?

Prenota online scegliendo giorno, orario e sede della visita.